La Storia

Le origini dell’altopiano della Sila sono da ricondurre ad epoca geologica più remota di quella dell’orogenesi appenninica. Le più antiche tracce della presenza umana risalgono ad almeno il 3.500 a.C., al villaggio neolitico.

La Sila nel corso del tempo, fu la dimora della mitica di Silvano o Sileno, il figlio del fiume Crati nonché dio della foresta, al quale si consacrava la pece estratta dalle foreste dell’altopiano, dai suoi maestosi boschi di Pino Laricio, usata per impermeabilizzare le navi che solcavano il Mediterraneo.

Durante il periodo Bizantino la Sila divenne rifugio per schiere di monaci basiliani, provenienti dai Balcani, dalla Grecia o dalla parte meridionale della Calabria. Ai Bizantini fecero seguito i Normanni, che portarono avanti una poderosa opera di rilatinizzazione del sud greco-ortodosso, e poi Svevi, Angioini, Aragonesi e Borboni. Secoli inframmezzati da guerre, carestie, terremoti e brigantaggio, che non hanno scalfito la bellezza dei luoghi, ma, ne hanno custodito e raccontato nel corso dei secoli, la bellezza e l’inestimabile valore.

La grande e più recente trasformazione che ha investito l’intero altopiano della Sila nel XX secolo è la progettazione e la costruzione dei laghi artificiali, che ebbe inizio in età giolittiana, prosegui durante il fascismo e si concluse nell’Italia repubblicana. Tra Settecento e Ottocento la Magna Sila, cuore tenebroso della Calabria, diventa il luogo di una wilderness sulla quale si eserciteranno a lungo le suggestioni letterarie romantiche dei viaggiatori stranieri che l’attraverseranno.

“La natura selvosa della Calabria – scriveva Augusto Placanica – doveva avere tali caratteri di grandiosità, che la tradizione letteraria dell’età classica ne parla sempre con stupefatta ammirazione”.

La Sila, ad esempio, non e quasi mai nominata dagli autori classici senza una determinazione che alluda alla sua grandezza: “Pascitur in magna Sila formosa juvenca” , canta Virgilio nelle Georgiche (III 219); e ancora: “Veluti ingenti Sila summoque Taburno” (Eneide XII 715); e col nome di Sila s’intendeva tutta l’immensa Silva Brutia che, nella coscienza geografica del tempo, comprendeva anche le Serre e l’Aspromonte, costituendo il più grande bosco dell’Italia conosciuta.